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Capitolo 5: Giardini marci

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Sono passati otto giorni dalla presentazione del mio libro, ogni tanto sento ancora l’ansia, immotivata, che mi ribolle dentro, credo sia normale - credo. Ora mi trovo disteso sull’erba dei soliti giardini bolognesi marci, puzzolenti, pieni di tossici - quelli veri, non me, non Davide, non il Brazo, anche se quest’ultimo ci si avvicina - ovviamente non siamo ai Giardini Margherita - unico spiraglio d’umanità in questa complicata Bologna città. Siamo tutti vestiti eleganti perché Francesco, il festeggiato ch’avuto la folle idea di organizzare il compleanno qui, ha deciso per un dress-code elegante, in realtà è una festa a tema ma non ricordo il tema, che vi basti questo per più o meno capire - tanto peculiare non l’è. Ora inarco l’indice e lo poggio sul pollice, a crear un cerchio con la mia mano, lo rivolgo verso il mio occhio e ci guardo attraverso, c’è Cara, una mia amica, e mi sorride, e al mio fianco ho invece Davide, il Brazo e le solite inseparabili: Vale e Francesca - il vento sbatte leggero sulla mia spalla, continuando sul collo. E’ una giornata calda, intervalliamo il giocare a calcio con il bere birra di scarsissima qualità, Francesco ha anche portato uno di quegli spritz già pronti in bottiglia, che compri al supermercato, ho dovuto abbandonare il mio bicchiere a metà che mi stava venendo la nausea. Ogni tanto mi arriva una notifica di whatsapp, sul telefono, è la sua, ci scriviamo a tempi alterni da più o meno due anni, forse addirittura tre, mi piace parlare con lei... ma ho come la sensazione che non si arrivi mai al dunque, che non ci sia mai un dunque, un altro punto della mia vita oscuro, che fatica a schiarirsi, un altro pezzo della mia vita che sto sottovalutando: ora non lo sento paradossalmente triste, ma per molte cose ho pensato in questo stesso ed esatto modo, ci ho dovuto fare i conti successivamente - e non è stato propriamente bello. Parlo con Vale, le racconto proprio di quest’ultima ragazza, la conversazione prende un’altra piega e finiamo a parlare dell’uso che faccio dei puntini nelle chat online, lei pensa che siano - e anzi - che io li usi in modo erotico, alla fine delle frasi, io le spiego allora che la dicitura “andrò a comprare la focaccia con i pomodorini allora...” non ha niente di erotico, ma non capisce, forse non vuole capire.

Il festeggiato scarta il regalo preparatogli dal nostro gruppo, ci abbiamo messo dieci euro a testa e sono fiero del risultato, anche perché l’ho scelto praticamente io - di solito non mi prodigo mai per queste cose, ma questa volta sapevo cosa volesse il buon Francesco. “Non ci credo!” esclama lui, io sorrido, il Brazo sorride, un po’ tutti sorridiamo, il solito giro di baci e posso tornare a stendermi, questa volta la birra che mi accompagna è d’una qualità quantomeno decente, si lascia bere - anche se vorrei dannatamente una birra aromatizzata alla tequila, fresca di frigo, da buttare giù come se fosse succo alla pera.

 

Il sole sta per salutare, i raggi del tramonto scaldano le nostre fronti, un ultima lattina è nelle mani di Davide, il compleanno è finito, noi cinque camminiamo verso il ponte che ci riporterà in centro, quello dove un po’ di tempo fa ci avevo visto una nuvola che scorreggiava. “Hai venduto le ultime copie?” mi chiede Vale, mentre fuma una sigaretta, “non ancora, ma ho qualche parente in Abruzzo che mi ha detto che le comprerebbe”, “a proposito” comincia il Brazo, “Giovanni organizza un festino a casa sua la prossima settimana, tu quand’è che torni da giù, rimani più di una settimanella?”, non risposi, “Cri?”, “ho accettato il lavoro”, “quale lavoro?”, “quello da postino”, “cosa? E tutto quello che avevi detto sul libro? Sulle vendite? Sulla presentazione? E’ andato tutto bene... no?”, “avevo già deciso ugualmente, con questi ritmi, questa pressione, qui a Bologna... non ce la faccio”.

 

I cinque erano oramai su Via San Vitale, a pochi passi da Piazza Aldrovandi - luogo dove si sarebbero inesorabilmente salutati. Camminavano sul marciapiede, di sottofondo s’intravedeva una delle due torri, la più alta. Un barbone, sull’altro lato della strada, se ne stava con un giubbotto di pelle ed un maglione, senza braghe o scarpe, solo un giubbotto di pelle ed un maglione, neanche le mutande, “chissà se mi mancherà Bologna” pensò Cri.

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