Capitolo 4: L'aereo sopra i palazzi in mattoncino

“Beh?” mi chiede lei, un po’ scocciata. Il mio nome è Cri, mi conoscete sicuramente, almeno che non abbiate aperto il libro adesso estraendo questa pagina come casuale, comunque... sono, anzi, ero, quello con il prorompente pizzetto, preponderante per gli amici.
Lei l’ho conosciuta - se così si può intendere - su Tinder, ora siamo seduti su d’una panchina, mi tocca il pacco, “cosa?” rispondo al suo “beh”, “cosa?” continua lei, “eh, cosa...” replico io, “non dici niente?” domanda lei, “che devo dire?” concludo io, “vaffanculo va!” grida lei scocciata, prima di prendere la borsa ed andarsene. Fanculo, sono troppo timido per queste cose.
Mi metto ad osservare quello che ho davanti, la scena è stupenda. Un aereo passa sopra gli imponenti palazzi in mattoncino, quest’ultimi sono collegati da dei portici e sono in mattoncino anch’essi, anche i loro contorni a rivestire il tutto sono bianchi - bianchi di bianco opaco però, che è diverso, quasi tendente al grigio senza essere grigio in alcun modo. Il cielo sembra uscito da un cartone, ma non è straordinario - caotico, sì, ma non straordinario - nuvole di ogni tipo si intervallano, nessuna di queste scoreggia, è un peccato. La cosa più bella è sicuramente l’aereo che passa, imponente, rumoroso il giusto, o forse la cosa più bella è l’uomo sulla destra? Ha uno di quei giubbotti orrendi, di quelli che denotano la poca voglia di vestirsi e di mostrarsi - che non è sempre un male, ovviamente - il colore è verde scuro, ma gli occhi potrebbero ingannarmi, o meglio, la colpa sarebbe a metà tra gli occhi e gli occhiali, che non sono graduati, o meglio ancora, la colpa è la mia, che sto troppo tempo al computer a scrivere storie assurde che passano dal passato al presente e dalla terza persona alla prima e che non prendo appuntamento con l’oculista, maledetto me. Comunque del tizio sulla destra dal giubbotto verde scuro, forse olivastro, non ho ancora detto la sua caratteristica - paradossalmente - più interessante, quest’ultimo infatti cammina sul marciapiede, dello stesso colore dei palazzi, con un carrello rosso sgargiante davanti, se lo spinge tutto tranquillo, probabilmente ha fatto la spesa poco prima e lo sta riportando alla Coop qui dietro, lei ha buone offerte, la consiglio, anche se i commessi sono stronzi il più delle volte. Tra me ed i palazzi c’è un’entrata in grigio e muschioso cemento, porta ai parcheggi, precisamente di fronte alla mia figura c’è un ragazzo perso nel suo cellulare, non lo vedo con chiarezza, sulla sinistra un bell’albero.
Questa parte, principalmente residenziale, fuori dal centro storico di Bologna, è molto tranquilla.
Un barbone raccoglie un foglio di carta, svolazzato via da qualche libro rilegato male e malissimo, o forse da una brutta copia di una novella invenduta, lui si chiama Giovanni - ma gli amici, anch’essi barboni, da tempo lo chiamano o Gio o Giovannino - ed ora legge l’appunto, ad alta voce, altissima, quest’ultimo è posto a penna, sopra la parte stampata, “eliminare, questa parte non mi convince”, e poi “scusate, questo capitolo era proprio inutile, uno di quelli di transazione e solo perché nel prossimo mi serviva assolutamente la prima persona”, chissà da che libro proveniva, cotale scritto.