Capitolo 3: Il venticinquenne dal fraudolento pizzetto
Il rosso dell’interno della canna risplendeva tra le ceneri, a sembrar fenice. La cappa che s’era creata nel tugurio era immonda, quasi un imitazione ben riuscita della nebbia bolognese - effettiva. I vari cartoni abbandonati dopo lo scartar dei pacchi di Amazon sembravano andar a fuoco, ammassati lì tutti nell’angolo tra la cucina e il divano-letto. Davide, il Brazo e Cri fumavano prima di andare a dormire, alla presentazione del libro del venticinquenne dal prorompente pizzetto mancavano quattordici giorni. I discorsi delle tre e venti di notte si fanno sempre sentire, anche quello era il caso. “Dimmi un po’... Brazo, e come sta Tatiana?” chiese Davide, “Tatiana? E chi è Tatiana?”, “in che senso, scusa? Ci stai da quattro anni”, “tu stai fumato... io non conosco nessuna Tatiana”, “allora... sì, sono fumato, sto tutto fatto, ma sono decisamente sicuro che tu sia stato con una certa Tatiana per quattro anni, e mezzo anche”, “beh, i miei complimenti allora, hai una grande memoria per eventi che non sono mai esistiti, Davide”, “Cri, toccagli la fronte, forse... sta male, tanto male, vedi se ha la febbre”, il venticinquenne dal prorompente pizzetto si sentì d’intervenire, “si son lasciati”, “ah!” replicò lo stempiato.
Erano le quattro, l’ultima canna era stata abbandonata nel posacenere dieci minuti prima, il Brazo beveva una birra di quelle forti, da dieci gradi, ingurgitandola come se fosse acqua fresca - ma non fredda - di fonte al riscendere da un’escursione in montagna. “Senti, Cri” cominciò Davide, ancora - e decisamente - fatto, “una scommessa, per essere tale, secondo me si deve fondare su qualcosa di fisico, oltre che... come te lo spiego, concettuale?”, “si deve fondare su qualcosa di fisico e non di concettuale?”, “sì...”, “ti ascolto”, “secondo me per far funzionare la presentazione, non basta il dire... se non c’è abbastanza gente me ne torno a casa in Abruzzo a fare il postino, ecco... secondo me serve qualcosa di più”, “del tipo?”, “una scommessa fisica, un tatuaggio, qualcosa di grosso”.
“Ce l’ho” disse il Brazo. S’era appena svegliato, era la mattina dopo: “Se vendi le copie che ti sei prefissato di vendere, ti tagliamo il pizzetto dopo la presentazione”, “e così sia” rispose il venticinquenne dal prorompente pizzetto, dopo averci pensato un cinque secondi scarsi.
“Pronto?”, “pronto!” confermò Cri a Francesca, la sua amica dai biondi capelli ed ora... grafica. “Scusa se ti chiamo a quest’ora” disse lei, come se le dieci di sera non fossero, per il suo interlocutore, più o meno le due di pomeriggio per una persona normale, “ma dato che ti volevo finire la grafica per domani, ho bisogno di un ultimo chiarimento”, “non... ti preoccupare per l’orario, dimmi”, “il civico della presentazione è il sessantatre o il settantatre? Nell’audio che mi hai mandato non si capisce”, “settantatre”, “grazie, poi... il professor Bagagli lo confermo nella locandina? Ha detto che c’è?” “ehm... mi deve, ancora far sapere”, “eh, ma devi stamparla questa copertina”, “lo so, lo so... aah! Facciamo che lo metti lo stesso, poi in caso diciamo che manca perché... perché aveva da fare, vaffanculo”, “ok, grazie, domani mattina ti invio tutto”, “grazie mille a te, un bacione”, “baci, e buonanotte”, “notte...”.
“Salve”, “buonasera!”, il bar era gremito di persone, a malapena s’udivan le conversazioni. Un lunedì mattina come ogni altro martedì mattina, sonno, morte e devastazione, un buon caffè non avrebbe guastato, sicuramente non prima d’andare a lezione. “Che prendi, ragazzo?” chiese il barista al Brazo, “un macchiato”, “da mangiare qualcosa?”, “cornetti vegani ne avete?”, “certo”, “allora io prendo un cornetto normale al cioccolato”, “non lo vuoi... vegano?”, “no grazie”, il barista scoppiò a ridere, era pelato, sulla cinquantina.
Finito il suo pasto, il ventiduenne dai puzzolenti rasta chiese, a colui che tanto gentilmente lo aveva poco prima servito, se poteva attaccare due locandine sotto il bancone, ove già pieno il tutto era, e concessogli il permesso si mise al lavoro, “è per la presentazione di un mio amico, ci tengo... ci teniamo tutti molto”.
Uscito dal locale il Brazo replicò ad un messaggio su whatsapp, “bene”, accapo, “divertiti oggi”, accapo, “e grazie ancora, non pensavo venissi sul serio”. “Ci saremo io e due mie amiche” replicò Tatiana.
“Sono un po’ nervoso”, “vuoi parlarne?”, “non lo so”.
La sala aveva centocinquanta posti.
“Ho un’ultima domanda...” disse il professor Bagagli, dall’alto del suo completo grigio - a cravatta rossa e bianca - “ti aspettavi tutte queste persone?”, “sarò onesto” cominciò il venticinquenne dal prorompente pizzetto, “no, e vedere solo tre sedie vuote, stasera, è un coronamento di un sogno, presentare questo libro davanti ad un pubblico così... folto? Come si dice?”, “così numeroso?”, “sì, così numeroso... è qualcosa di incredibile, e infatti voglio prendere questo momento per ringraziare tutti i miei amici” - cominciò il momento teatrale - “loro si son prodigati per me, è solo grazie a loro che sono riuscito a riempire questa enorme sala, è a loro che devo questa giornata, è a loro che devo il giorno più bello della mia vita”, un applauso scrosciante illuminò l’ambiente, “ed ora... che ne dite di qualche domanda dal pubblico?” suggerì il professor Bagagli, finita la baraonda generata dal fragoroso sbatter di mani, “certo, su le mani” confermò Cri, guardando il pubblico, il primo ad alzare le cinque dita fu inaspettatamente Davide, gli fu consegnato il microfono. “Il titolo del tuo libro coincide anche con il nome di una poesia che il protagonista consegna alla sua amata, credo verso... il capitolo tre, o quattro”, “quattro” replicò lo scrittore, “come mai questa scelta? Non è un po’ troppo comune oramai citare il titolo del libro all’interno del libro stesso, attraverso un’altra opera presente nello scritto? Che ne pensi? Come mai questa scelta?”, “wow, non pensavo di partire con una domanda anche più spinosa di quelle dell’esigente...” - si girò verso il suddetto - “professor Bagagli, comunque... come mai ho deciso di citare il titolo del mio libro all’interno del mio libro... eh eh eh eh” - se la voleva proprio ridere di gusto - “perché sono uno scrittore mediocre ed ho venticinque anni, devo ancora imparare la disciplina... mica siamo tutti Kafka, sono ancora un mediocre, mi è semplicemente sembrato simpatico citare il titolo del mio libro, Il commiato, attraverso un’opera che comunicava la stessa cosa, Il commiato di Dustin a Rose... è un perfetto lascito!”.
“Un ultima domanda?” chiese il professore, ch’era entrato perfettamente nel suo nuovo ruolo: il moderatore della conferenza. Una signora sulla sessantina, ch’era lì perché aveva letto a proposito della presentazione su d’una locandina messa in un barettino, pose a Cri la domanda che Cri stesso aspettava più di tutte, l’unica che s’era effettivamente preparato, “per evenienza”, come quell’esame da sei crediti preparato in quattro giorni.
“Ha mai sperimentato il blocco dello scrittore?” chiese lei, con i suoi capelli grigiastri, ma con lo sguardo ch’ancora trasmetteva giovinezza. Il venticinquenne sorrise sotto i baffi e sopra il pizzetto, cominciò quindi la sua spiegazione: “negli ultimi anni, alle volte, pensavo di starlo sperimentando, questo fatidico blocco dello scrittore, poi mi sono accorto che non era così, perché non esiste! Esatto, il blocco dello scrittore secondo me non esiste, e anzi, è un’illusione, un’illusione figlia dello star leggendo libri brutti, ma mi spiego meglio! A parer mio, la scrittura deriva dalla lettura, se non si legge non si ovviamente scrive, e quindi... se hai il blocco dello scrittore stai solamente leggendo un libro che non riesce a darti spunti, non riesce ad emozionarti, a questa ragione mi collego anche alla domanda di prima, cosa leggo? Leggo principalmente libri brevi, novelle, racconti, già un romanzo o è perfetto o mi è pesante, mi servono sempre libri nuovi, che mi diano input, mi diano forza nella scrittura, immaginazione, tutte cose! Vi faccio un altro esempio, ultimamente ho letto Edmond Ganglion e figlio, un libro di Joël Egloff, scrittore francese, durante la lettura di questo raccontino di... cento pagine? Forse neanche? Durante questa magnifica lettura cresceva dentro di me un istinto primordiale, una voglia matta di scrivere anch’io la mia storia, non paragonandomi ovviamente al suo capolavoro, ma mettendomi su una linea parallela, ogni scrittore è diverso! Volevo anch’io emozionare come lui emozionava me, non per forza con il suo stile di scrittura, non per forza con le sue storie, non vuol dire che leggendo quel libro mi è venuta voglia di copiarlo, ma leggendo quel libro mi è venuta voglia di dare emozioni al mondo come lui aveva dato quelle emozioni a me! L’arte genera arte”.
“Cento, sette, libri venduti, cento, sette, libri venduti! Taglia sto coso!” disse il venticinquenne dal preponderante pizzetto. La presentazione era finita, dei centoventi libri portati da Cri solamente tredici erano rimasti invenduti, lo scrittore ed i suoi amici s’erano radunati in un parchetto lì vicino, il solito odore di erba invadeva l’aria, il Brazo se ne stava con una forbice in mano, pronto ad affondare il colpo.
Federico Palesci era un noto imprenditore nell’area del bolognese, consumava abitualmente il suo pranzo nel parchetto vicino agli uffici, seduto sulla solita panchina - poche volte la trovava occupata. “Che schifo!” asserì nel guardare quel piccolo insieme di peli un poco arricciati, che giacevano sulla fredda terra, aprì il cellulare e scrisse un messaggio ad un suo amico - “ieri davanti a casa, oggi al parchetto, questa roba dei barboni che si radono i peli in giro per Bologna sta cominciando veramente a rompere i coglioni, mi viene da vomitare!”.
