Capitolo 1: A piccole pause

“Eppure mi aveva detto ci incontreremo alle sei in chiesa quella vecchia!” pensò Cri. Erano le sei e cinque minuti. Il venticinquenne dal prorompente pizzetto si trovava nell’ennesimo tugurio che ospitava la sua vita, o viceversa, questa volta era proprio una chiesa. Le pareti erano bianche ma piene di bolle e di crepe, i quadri rovinati, il tanto libero spazio era accentuato dalle inusuali tre panche per lato, quest’ultime si lasciavano due metri l’un l’altra, sia ai lati che orizzontalmente. L’ambone ed il messale erano rovesciati e distrutti per terra, facevan gentil compagnia all’imbarazzante quantità di polvere, “avrò sbagliato chiesa?” si domandò Cri, un istante prima che la vecchia uscisse da un angolo in penombra - precedentemente nascosto agli occhi del ragazzo. Lei era proprio una vecchia vecchia - con quest’ultimo termine aggettivizzante - rughe scavate dalle ruspe di un certo segretario della Lega Nord, corpo fatiscente, lugubre sguardo, smorta voce! Ad aggiungersi al ballo del terrore c’era il terrificante vestito, d’un catafratto nero che non lasciava intravedere neanche le mani, probabilmente rugose anch’esse, la vecchia viveva dal collo in su. “Ciao, Joseline” disse Cri in un mistume d’impacciamento ed orrore, “shhh! Silenzio! Non mi chiamo Joseline dentro la chiesa, qui sono la pura Clara, Clara e basta!”, “scusami, non lo sapevo”, “ora lo sai”.
Senza dire niente, il rugoso essere cominciò a camminare in direzione d’una porta, situata dall’altra parte dell’enorme stanza, sulla sinistra, il venticinquenne dal prorompente pizzetto la seguì senza chiedere o pensar nulla. A ridosso di quell’ammasso di legname, che più che un’entrata verso un’altra parte della struttura sembrava un portale per l’inferno, la vecchia chiese a Cri di fermarsi, e di aspettarlo in quel preciso punto, successivamente estrasse un mazzo di chiavi - di ruggine stracolmo - e sbloccò il varco. Dall’altra parte era completamente buio, il ragazzo rimasto ad aspettare fu decisamente sollevato dal blocco doganale - nel mentre, un topo fuoriuscì dal nero insieme, “comprensibile” pensò Cri.
Passò mezzora, poi finalmente dei rumori cominciarono a provenire dallo strano tunnel. “Una situazione complicata” si sentì, e ancora “non c’è problema, lo faccio per te, lo sai che ti amo”. Quindici secondi e davanti al venticinquenne dal prorompente pizzetto c’era nuovamente la pura Clara, dietro di lei comparve un uomo, un prete, aveva il respiro pesante, i capelli bianchi e la barba ingiallita, quest’ultimo mangiava un cornetto, di quelli scrausi, con la glassa zuccherina che regala quel plasticoso sapore che si può sentire in bocca anche al solo pensarci. “Ragazzo, perché sei qui?” chiese lui, con rauca e spaventosa voce, “perché sono qui... bella domanda”. Cri sussultò un secondo, prima di continuare, il quadro anacronisticamente grottesco ch’aveva davanti era decisamente difficile da osservare, e da prendere seriamente. Mentre il prete lo guardava con faccia incuriosita - e quasi... gentile, passionale - con un movimento di testa rapido e preciso la vecchia addentò il cornetto non suo, impiastricciandosi la bocca e pure i baffi tutt’attorno, anche la mano che reggeva cotale dolcetto era oramai sporca e sporchissima del marrone e denso liquido, un poco di crema era anche finita sulle scarpe di Clara, lei non se n’era curata. “Sono qui perché...”, il venticinquenne dal prorompente pizzetto sbuffò, “diciamoci la verità, uno psicologo costa troppo e conosco lei” - riferendosi alla vecchia - “da troppo tempo, da troppo tempo per non crederle e da troppo tempo per non fidarmi della sua parola... a proposito dell’efficacia di tutto questo, spero veramente che mi sia d’aiuto”, “sei nel posto giusto, ragazzo, adesso ci sediamo e parliamo, vuoi un pezzo di cornetto?”, “no grazie”.
Cri andò a sedersi sulla prima delle panche, Clara rientrò nel misterioso tunnel sentenziando un “fate un fischio quando avete finito”, il prete camminava ora verso il tabernacolo, ch’aprì con una minuscola chiave, da quest’ultimo sfilò via due calici pieni di vino rosso - il cornetto ancora non lo aveva finito ed era infatti andato a sbattere contro una delle due coppe. “Vado un attimo in bagno” disse la figura misteriosa, poggiando il mistico insieme sulla polverosa panca - cibo, non dotato di tovagliolo, compreso.
Erano passati poco più di tre minuti, ma a Cri era sembrata un’ora, due ore, cinque; per ingannare la truce attesa s’era messo a scrutare il contenuto dei calici, l’unica certezza che n’aveva tratto era che il liquido al loro interno era effettivamente vino... “è benedetto?” chiese il venticinquenne dal prorompente pizzetto al prete, “no, è solo vino” disse lui, tornato dal bagno, mentre gli porgeva uno dei due grossi contenitori in puro oro, “bevi, ti farà solo che bene, comunque piacere, il mio nome è Fabio Luca Maria, ma puoi chiamarmi Don Golia”. Il turno di lavoro in miniera del povero Cri era quindi cominciato, doveva scavare e scavare e scavare e scavare, alla ricerca di quella quantità necessaria di coraggio che gli serviva per bere, effettivamente, quel misto di vino e chissà - con quest’ultima parola che, in linea d’ipotesi, poteva comprendere polvere, germi di ogni tipo e altri astrusi componenti di qualsivoglia ecosistema. “Bevo... allora” disse lo sfortunato, “brindiamo assieme, no?” suggerì Don Golia, continuando poi con un gentilissimo “e poi mi parlerai dei tuoi drammi, ogni essere umano si merita qualcuno che l’ascolti, anche chi non vuole farsi ascoltare!”. Il vino sapeva di vino, Cri lo apprezzò, “sottomarca il giusto” fu la sua diagnosi prima - da gran bevitore di quel tipo di alcool nei festini bolognesi, se ne intendeva ed era certo di saper riconoscere un vino di sottomarca da un vino che per un pizzico di qualità in più si discostava da cotale ed ingiurioso termine - “costerà tra i tre ed i cinque euro, non di più non di meno” pensò ancora. Il venticinquenne dal prorompente pizzetto chiese, con fare decisamente titubante, se poteva iniziare con il suo racconto, con l’esprimere i suoi forti dubbi, Don Golia lo rassicurò con un sorriso e una parola buona, dopo quei gesti l’ambientazione grottesca di quella maleodorante chiesa era sparita, ed il tutto trasudava di familiare, di casa - quasi tutto, quel cornetto ora raccolto dal prete non era proprio il massimo, ed era ben visibile un oggetto non identificato che s’era appiccicato alla parte di crema al cioccolato rimasta appoggiata sulla panca. “Io...” cominciò Cri, “ho tante domande per la testa, ultimamente, non so se sai che io... faccio lo scrittore, scrivo, soprattutto libri, alle volte sceneggiature...”, “sì, Clara mi ha parlato molto di te, so tutto”, “bene, i miei dubbi sono rivolti soprattutto ad un’offerta, che ho ricevuto in quest’ultimi giorni da un amico di mio padre, anzi, da un cugino di mio padre, più amico che parente... va be, non è questo l’importante, il fatto è che l’offerta lavorativa che ho ricevuto è quella del postino, e... diciamo che la paga è buona, molto buona, decisamente buona, e lavorerei una media di venticinque, massimo trenta ora settimanali, sarebbe come fare orario scolastico, le superiori”, “e allora, quali sono i tuoi dubbi?”, “beh, ho valutato l’offerta, ho valutato tutto in realtà, con quel misero orario lavorativo potrei continuare a scrivere, potrei continuare ad andare in palestra, ad andare in biblioteca, potrei coltivare tutti i miei hobby, ma... non voglio”, “non vuoi?”, “non voglio”, Cri fece una pausa, il prete sorrise, “è frustrante per me lasciare Bologna, tutti i miei amici, tutte le mie care cose, tutto... in pratica tutto, è frustrante per me arrendermi a un lavoro che ovviamente non sogno di fare, ma che necessito, necessito in tutto e per tutto! I soldi della borsa di studio son finiti due mesi fa, e se il libro non vende... non vende, s... sai del mio libro?”, “certo, sono al corrente anche di questo”, “beh, il mio libro l’ho pubblicato da poco, tra amici e parenti a Bergamo o chissà dove ho venduto una decina di copie... per ora non ho rifatto neanche la spesa iniziale, è autoprodotto, sai, nessuna casa editrice mi ha risposto ancora seriamente su quello che ho scritto...”, vedendolo esitante Don Golia lo invitò a continuare, ancora una volta, “insomma, o faccio successo nel breve o dovrei ugualmente trovarmi un lavoro fuori dal mio campo anche qui a Bologna, e davvero... non so, non so, quest’offerta da giù è davvero troppo allettante, non so che fare”, “io un’idea ce l’avrei”, “davvero?”, “non so se è in linea con le tue idee, ma te la dico”, “dimmi tutto”, “beh... il tuo problema, come quello di tutti noi comuni mortali in quest’era capitalistica e non... sono i soldi? Dico giusto? Dico bene?”, “dici giusto e dici bene”, “ottimo, anzi, bene! Quello che ti consiglio è allora una sfida da questo punto di vista, dal punto di vista monetario”. Il prete cominciò a narrare la sua geniale idea - a detta, ovviamente, di Cri - e poi fece continuare la conversazione, ma fortunatamente Don Golia quel ragazzo se lo era già perso, ed era un bene, il venticinquenne dal preponderante pizzetto era rimasto in balia di quelle parole, di quella... “sfida”, e per tutto il resto della perduta conversazione aveva pensato solamente e solo a quello, a come vincerla. Ne seguì, al dibattito, una benedizione con tanto di incenso e unguenti, ma a Cri non importava più nulla, ringraziò e corse a casa per pensare, pensare ed agire!
Francesco e Michele - detto Michelino - erano due matricole, più o meno ventenni entrambi, il primo veniva da Catania ed il secondo da Benevento, s’erano conosciuti in ateneo, riconoscendosi a vicenda un certo livello di stile, di quelli all’antica, camicia e alle volte cravatta coperti da un completo nero, al massimo blu scuro, il massimo dell’eleganza al quale il vero uomo dovrebbe aspirare. I due passavano davanti alla chiesa ove dieci minuti prima l’intraprendente - ma dubbioso ed incerto - Cri s’era fatto benedire, parlando di vestiario e di donne, “la femmina la preferisco a casa, a pulire o stirare, ma può fare quello che vuole eh”, evidentemente poteva far quello che voleva anche Fabio, detto il Caricatore - con il soprannome che non alludeva al suo essere simile ad un cavo attaccato ad una presa, ma bensì ai suoi tempi passati in quel di Scuola di Rugby Genzano. Il buon Fabio, che da anni barboneggiava bevendo fiumi di alcool insieme alla sua compagna di vita, Gessy - cocainomane convinta - fu aizzato proprio da quest’ultima, lei ne aveva proprio le palle piene di quei discorsi da bamboccione di destra! Francesco ci finì con il naso sanguinante e tre costole rotte, Michele - detto Michelino - riuscì a svignarsela, lasciando l’amico in balia della furia - un po’ omicida un po’ amorosa - del buon Fabio, che poco prima dell’arrivo della polizia riuscì anche a mordere il suo avversario, staccandogli un orecchio.