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15. Dentro di me

“I made ‘Jesus Walks’, I’m never going to hell - Coulture-level flow is never going on sale - Luxury rap, the hermes of verses”, Otis by Jay-Z e Kanye West rimbalzava nella fottuta stanza, stavo a mille, cazzo! Dentro di me fiori dal paradiso sbocciavano petali succosi, nettare degli dei, ambrosia la chiamavano in Grecia quella shit. Scusatemi i francesismi, scusatemi cristo, scusatemi tutto, ma il ricordo è ancor così forte dentro di me che sto a mille anche adesso: brillo di ricordi riflessi.

Molti scrittori iniziano i loro racconti descrivendo il tempo al tempo del racconto: sole, pioggia, nuvole, grandine, vento. Vi dirò la più pallida delle verità: ma chi cazzo si ricorda. Fuori avrebbe potuto esserci il sole, la nebbia, la grandine, poteva essere agosto e nevicare, potevano esserci trentacinque gradi a gennaio, poteva esserci lo stesso pianeta di Melanchonia che veniva a salutarci, poteva calare Gesù Cristo e portarsi dietro Tommaso, Pietro, Paolo, poteva portarsi dietro quello snitch di Giuda, me ne sarei fottuto e sbattuto e sbatacchiato l’organo riproduttore maschile - e scusate i sinonimi meccanici: non vorrei sembrare volgare.

“Queste troie mandano kiss - mio figlio sarà bullizzato perché mia moglie sarà una milf - calala, questa pasta non guardarla, calala - santità, siamo quattro cazzi dentro a un caravan - il tip tap balli con la mia semiautomatica - parità non ci sarà perchè non pareggio, mai”, forse la radio dei per me di Spotify aveva già preso il largo - anzi, era già affondata. A me poco importava. Sentivo forte dentro di me, dentro le mie orecchie, anche il suono del ventilatore attaccato al soffitto che andava ed andava ed andava ed andava ed andava ed andava ed andava ed andava ed andava ed andava ed andava ed io andavo ed andavo ed andavo ed andavo ed andavo ed andavo ed andavo ed andavo ed andavo ed andavo ed andavo ed andavo ed andavo ed andavo bang bing bong bang, BONG!!!!!!!!!

I listelli in faggio multistrato di ricambio soffrivano quanto i loro predecessori oramai spezzati da tempo, strano che quelle doghe resistessero così tanto. La mascella m’era similitudine del crampo al polpaccio che avevo preso ad un calcetto con i miei fratelli qualche giorno prima, mi tirava, mi tirava, me la sentivo strapparsi dal naso dalle orecchie dalla faccia, non mi sarei fermato per tutti i soldi del mondo.

Leccavo le melanzane bollite che mi preparava la mia bella e dolce nonnina quando avevo dieci anni. Succhiavo quell’agglomerato di zucchero filato che si trasformava in una pallina, a tratti gommosa ed a tratti un po’ duretta ed impertinente. Il sottofondo, estraniandosi dal ritmo musicale, erano cicale, ma tentennanti, era come se i ragni ed i gechi potessero tutti assieme urlare.

Pem, perepem, giam, giam, skipidibap!

Le leccavo la figa, le succhiavo il clitoride, il cazzo era talmente duro e spiccante che faceva toc toc ai vicini del piano di sopra toccando il soffitto. E che peccato che con l’amore si mischino anche le emozioni e non sia solo sesso. La sua figa, dentro di me, le spiagge d’Argentina.    

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