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1. Una lacrima di caffè

Francesco, te lo dico, ti scrivo questa lettera per comunicarti che nonostante tutto io mi sento fortunato. Fortunato per come è andata, fortunato per tutto e nonostante tutto. So che ti chiederai il perché, o forse no, comunque non importa: sono qui a spiegarlo ugualmente, sperando che questa lettera non raggiunga prima loro che te - ma questa è un’evenienza che ho e che ABBIAMO messo in conto, quindi che dio faccia la sua parte e che gli arcangeli giacciano con le principesse della Dora.

Il mio compito lo sapevan tutti, lo sapevi tu come lo sapeva mia madre e come lo sapeva quel vecchio bavoso di mio padre, sempre con una parola di troppo su per la gola. Io l’ho accettato, ovvio che l’ho fatto, non avevo molta scelta. Condannarmi ad una vita di stenti, spenta come una giornata senza caffè, oppure provarci. Era una compito semplice, non facile ma semplice, non scontato ma neanche troppo impegnativo. Superava di poco quella sottile linea d’impegno che di solito applichiamo alle cose che definiamo complicate ma che non sono per davvero complicate: ci siamo intesi.

Mi son messo il mantello sulla giubba, ho alzato fieramente le spalle ed ho tirato uno di quei sospiri che ti danno la carica per scalare i monti più aguzzi e pericolosi. Ho messo gli occhiali da sole, il cappello da fatina e sono andato davanti i grandi maestri. Dovevo fare il caffellatte perfetto. Il migliore, il migliore, il migliore, ma era l’inghippo il problema.

Ho posizionato la tazza sul piano cucina, poi ho preso la moka con dentro il caffè avanzato dal pranzo e ne ho versato il contenuto in una tazzina precedentemente posizionata dai grandi maestri vicino al rubinetto - l’avevano lavata ma non capovolta, c’era ancora un po’ d’acqua dentro. Ho preso il latte dal frigo e l’ho versato nella tazza grande, ho riposto il latte nel frigo e ho spento gli occhi un attimo, per prendere quei tre secondi di tempo utili a non farmi venire un attacco di panico. Ora si decideva la mia vita. La parte facile l’avevo fatta, mancava quella difficile. Avessi rovesciato il caffè, beh, mi avrebbero giustiziato, giustamente! uno spreco del genere non è... tollerabile.

La mia tecnica era consolidata. Una botta veloce e precisa, un millesimo di secondo e il contenuto della tazzina sarebbe stato rovesciato dentro la tazza grande, non dando neanche tempo all’occhio umano di capire. Ho respirato duro e l’ho fatto, tutto dentro, non si è formato il rigolo. Lo stadio ha esultato, tutti mi festeggiavano, ero salvo. Mi son guardato in giro e ho sorriso, il pubblico mi amava! ma dovevo finire il mio compito. Ho preso la tazzina e l’ho riposta nel lavello, nel farlo l’ho girata e mi sono accorto che d’esultar non si doveva niente. Una lacrima di caffè ora scendeva inesorabile verso il fondo e s’andava a stampare proprio sul metallico lavello, era finita. Ora ti scrivo dalle prigioni di Saxxettalnt, domani mi giustizieranno.

Mi chiederai perché mi ritengo fortunato, no? Fratello mio, solo una goccia di caffè sprecata è un buon bottino, ricorda: vale più il caffè della mia stessa vita. E di quest’ultimo ne ho fatto per la mia soggettività un buon uso, anche se le regole sono le regole.

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