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Capitolo 2: La quiete

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La casa che vedete in foto è di Emanuele De Santis, e questa foto l’ha scattata lui. Io mi chiamo Alfredo, e sono il vostro narratore - ma non è una cosa molto importante: questa, se l’ho scritta, è solo per colpa del mio sano egoismo! ce ne vuole sempre un po’, non vi pare? altrimenti si rischia il piede in testa, i piedi in testa!

                

Emanuele: Oh, buongiorno Alfredo, entra!

Alfredo: Buongiorno...

 

Misi piede nell’abitazione, che in foto vedete.

 

Alfredo: Permesso!

Emanuele: Oh, non fare... complimenti, sono l’unica persona che abita questo tetro posto

Alfredo: Mi sembra ben arredato, non tetro.

 

Notai il fantastico lampadario, ed il moderno fare di tutta la casa, era elegante nei toni, ma... nuova e tecnologica, allo stesso tempo.

 

Emanuele: Un posto può certamente essere tetro e ben arredato! Ad esempio, per me, ogni luogo in cui si abita da soli... è tetro, la solitudine... è tetra, ed è per questo che la tua visita mi riempie di gioia, anche se lavorativa!

Alfred: Mi fa piac-

 

Mi interruppe, non bruscamente.

 

Emanuele: Ti va d’assaggiare la genziana c’ho fatto in casa? Ho appestato la cantina per troppo tempo per non farla assaggiare a tutti, e soprattutto ad una persona elegante come te.

 

Astemio da tre mesi, ma come potevo rifiutare?

 

Alfredo: Come potrei mai rifiutare!

 

Allargai le mani, con i palmi all’insù, Emanuele mi fece quindi accomodare e scomparve, dietro la porta scorrevole che separava il salone dal corridoio.

 

Emanuele: Vado a prenderla, sentiti in diritto di rubare quel che vuoi, mi casa es tu casa!

 

Sorrisi dolcemente. La sedia era morbida, studiai gli interni per un poco, poco meno di tre minuti.

Emanuele tornò con un sorriso sulla faccia ed una bottiglia dai gialli toni in mano, era un giallo scuro, però, quasi a sembrar sciolta resina, o forte miele, o sciroppo d’acero.

 

Emanuele: Questa genziana è mia e solo mia, le radici le abbiamo colte personalmente con dei miei amici, su per i tranquilli monti. Sai la sanzione amministrativa che in faccia ci sarebbe volata, se ci avessero preso, ma SE, ci avessero preso, la fortuna è una componente molto importante nella vita di tutti e di tutti i giorni.

 

Riempiva i due bicchierini, nel mentre - quest’ultimi erano già da prima sul tavolo, insieme ad altri quattro loro fratelli.

 

Emanuele: Questa genziana la vedi in questa colorazione perché è la classica, con il vino bianco, ma per l’anno prossimo ho pronte urgenti novità, la genziana di vino rosso! Alla fine la genziana, come ogni altra cosa buona, l’abbiam presa dall’arte povera. Dai, poveri. Ed in quanto tali penserai... i poveri, il vino bianco?

Annuii, senza seguire particolarmente il discorso.

 

Emanuele: Eh no, caro mio, i poveri usavano di certo il vino rosso, ed è quella la massima espressione della genziana, con il vino rosso! Se la si fa bene, non ce ne è per nessuno.

 

Finalmente mi allungò il bicchierino.

 

Emanuele: Gustalo eh...

 

Brindammo.

 

Emanuele: Non buttarlo tutto giù in un sorso, mi sprecheresti il lavoro!

 

Portai il bicchierino verso la mia bocca, la voce di Emanuele mi fermò.

 

Emanuele: Ehi! Si sbatte!

Alfredo: Giusto.

 

Sbattei il bicchierino sul tavolo dove ci stavam appoggiando, Emanuele mi scrutò bene. Poi bevvi, era gustosa, sprintante il giusto - sapeva di genziana.

 

Emanuele: Come ti sembra?

Alfredo: Buona.

Emanuele: Mi fa piacere, comunque prego, non ti ho fatto mica accomodare come si deve! Dammi la giacca! Te la vado a poggiare sull’appendiabiti!

Alfredo: Non serve, non serve...

Emanuele: Regole della casa, il galateo è sacro, qui.

 

Consegnai la mia giacca; Emanuele tornò dalla spedizione senza il mio pesante indumento - ovviamente - ma con un pacchetto di sigarette ed un accendino in mano.

 

Emanuele: Vuoi?

 

Mi chiese, porgendomene una.

 

Alfredo: No grazie, non fumo.

Emanuele: Allora non fumerò neanch’io, non mi sembra giusto.

Alfredo: Vai tranquillo, non mi dà fastidio.

Emanuele: Oh davvero? Allora lasciami almeno la cortesia d’aprire la finestra.

Alfredo: Prego, mi casa es tu casa.

 

Io sorrisi, il mio interlocutore scoppiò, invece, in una fragorosa risata.

 

Emanuele: Credo che in molte situazioni della mia vita mi servirebbe il tuo tempo comico!

Alfredo: Ti ringrazio!

Emanuele: Ringrazia la tua mente d’artista!

Alfredo: Le scriverò un telegramma...

 

Sorridemmo ancora.

                                                                                      

Emanuele: Comunque, continuiamo quello per cui in principio tu sei qui, so che devi tornare da tua figlia, con gli orari invernali... è dura, il tempo è poco!

Alfredo: Non mi lamento.

Emanuele: Come puoi?

Alfredo: Già.

Emanuele: Dove eravamo rimasti?

Alfredo: Cito... testualmente... al voler essere “cool come i personaggi dei libri”.

Emanuele: Giusto! Pensavo d’averlo superato già... quel discorso, ma a quanto pare l’avevo solo immaginato, o forse sognato!

Alfredo: La mente fa brutti scherzi.

Emanuele: Brutti... un eufemismo, spero.

Alfredo: Certamente un eufemismo.

 

Passò qualche secondo, poi s’accese la sigaretta e ricominciò a parlare mentre beveva il suo secondo bicchierino di genziana - o forse terzo, i miei ricordi fanno spesso cilecca.

 

Emanuele: Ti dicevo, la mia ossessione è sempre stata quella d’essere figo, “cool”, come i personaggi dei libri, come i personaggi dei film, come quel Bradley Cooper in Maestro, una figura contorta ma giusta, completa, degna di fiducia e di complimenti, anche se rimane un film enormemente sopravvalutato!

Alfredo: Certo.

Emanuele: Voglio essere figo come quel personaggio... d’un libro questa volta, Luis! Luis Bello! Dal libro di Tom Lea, I Tori, se non l’hai letto... dovresti.

Alfredo: Ma... certo che l’ho letto, è impossibile che-

 

Mi interruppe, non ero più il protagonista di quella vicenda - non lo ero anzi mai stato.

                                                                              

Emanuele: Vorrei essere figo come tutti quei personaggi dei quali m’innamoro nei film e nei libri, sì, è questa la mia volontà! Ed oggi ci sono proprio riuscito.

 

S’avvicinò a me, cominciò a parlare più piano, l’atmosfera vorticante.

                                                        

Emanuele: E ci sono riuscito, ad essere figo, no? Io sono il narratore di questa storia, io ho scritto te e ho scritto me stesso, ho scritto queste quattro pagine, sono diventato... uno di quei personaggi fighi, che dicevo.

Alfredo: Sì.

Emanuele: Basta parlare... tu non esisti, Alfredo.

Alfredo: Lo so...

Tutti e due: Chissà perché sto continuando a parlare da solo, allora.

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