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Sotto il mulino

C'era un vento ch'avrebbe fatto vacillare addirittura Nicolò Frustalupi, storico vice dell’imperatore di mille battaglie: Walter Mazzarri. Un vento prepotente, maldisposto, cosciente della sua arroganza.

Me ne stavo ai piedi d'un mulino mikoniano, uno di quelli che la "Town" la osservano dall'alto e non certo per mal scrutarla, ma per proteggerla. Era un mulino con l'animo del marinaio: il marinaio consumato dalle onde che comunque si regge in piedi, s'erge e sfodera un'impettata. Era un mulino fiero, fatiscente ma fiero, con troppe crepe per essere preso in considerazione dai turisti con l'iphone, con le camice in lino bianco e con le scarpe aperte. Quindi c'ero io. E solo io. Ed ho le scarpe da ginnastica, io. Ed ero io che guardavo il sole. Sotto di me salutavano le mille costruzioni bianco latte, pastellate dai colori del tramonto. Ne ignoravo la bellezza come ignoravo la stupendità di quella torma d'onde corrusche. Insomma, i panorami erano stupendi: ma c'era il sole. Una palla bella piena, non rossa e non gialla: la via di mezzo, era d'uno splendido arancione.

La prima volta che mi ci son distratto, dall'osservar quella forma sferica, era per colpa del vento e per via d'un gatto. M'ero portato un panino, ma l'avevo poi messo da parte per dedicarmi a ciò che gli occhi offrivano, una fetta di tacchino era quindi volata sugli arbusti sotto ai miei piedi ed io m'ero perso nel ridermela, mentre il gatto cercava di addentare timidamente l'affettato; più guardavo la bestia e più s'indisponeva, ma il gioco è continuato e piano piano il gatto ha fatto scacco matto: ha preso il pezzo di tacchino ed è corso via, come se me lo avesse appena rubato da sotto l'ascella.

Ho tirato nuovamente su lo sguardo, la palla piena era sprofondata per metà nel mare e nell'orizzonte: s'era mossa mentre non guardavo la bastarda!

Mi ha dato da pensare: stiamo forse giocando a un, due, tre, stella? È questo che vuoi, oh sole? E allora giochiamo! L'ho guardato intensamente, e mentre le mie retine mandavano fastidiosi reclami ecco che lo stronzo faceva quello che meglio sapeva fare: aspettava, statuario. Non si muoveva mica, era un professionista!

Sono passati cinque catatonici minuti, e poi c'è stato il misfatto. Sono arrivati dei ragazzi, due n'erano, sui vent'anni, uno di loro aveva in mano una busta con le birrette. Mi son girato a guardarli - richiamato, ovviamente, da quel tintinnio magico che sempre mi riporta a giornate felici disteso nei verdi parchi -, ho regalato loro due secondi d'importanza e son poi tornato al mio sole, ma il mio sole non c'era più!

Sono trasalito! Se ne era andato, l'infingardo! E capisco che siano le regole del gioco, ma almeno un "Buona serata!" me lo poteva sparare! Ohibah! A questo punto proporrei di cambiare il nome del gioco in "un, due, tre, sole!", se non mi fossi appena ricordato che il sole è una stella e che tutto torna. Va be, buona serata!

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